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sabato 4 agosto 2012

La mia prima volta con Mascagni


Venerdì 3 agosto 2012. Un giorno come tanti? Per me, no.
Una delle mie prime volte. 
Non quella, certo che no, non la metto mica in piazza, quella.
La mia prima volta all'opera, con la Cavalleria Rusticana di Mascagni. E di sicuro qualche sentimento è affiorato, se il mattino dopo mi sveglio con la voglia di ascoltare ancora e ancora l'aria dell'intermezzo e con vive le sensazioni di una serata che valeva la pena di trascorrere.
E doveva essere destino, dato che il venerdì era già impegnato, per il giornale, con uno spettacolo di teatro dialettale. Che, con tutto rispetto, non regge minimamente il confronto per il tipo di intrattenimento. Fatto sta che quando Antonio mi chiama per il cambio di programma, la cosa mi scoccia un po': il teatro dialettale è una ricchezza e lo spettacolo di Renato Brogelli, "Lu fiju de Parlinfaccia", già lo pregustavo da giorni. Controvoglia scrivo all'organizzazione per l'accredito stampa, che arriva dopo poche ore, e, chiamando, il dovere mi impone di prepararmi sui curricula degli artisti, sulla trama esatta, sul libretto. Cerco su YouTube l'aria, per capire di cosa si tratti, e inizio a informarmi su come andare, su cosa portare, eccetera eccetera. Uno spettacolo così mi offre anche una platea gratuita di cui approfitto andando in buona compagnia. Devo essere carina, elegante al punto giusto perché non è la prima e non è teatro, ma non troppo formale. Ricevo vari complimenti e capisco che ho scelto anche la tenuta adeguata, e attendo in fila l'ingresso, con in mano il mio biglietto gratuito, che quasi mi vergogno un po' a esibire, visto che il lavoro di tanti professionisti va pagato. Il mio in effetti non è affatto pagato, ma cerco di trattarlo come un bel bambino che prima o poi darà i suoi frutti. 
Prova luci, musicisti e cantanti in attesa. 
E poi l'inizio. 
L'interludio già mi incanta. Molto fa l'arpa, sin da subito, uno degli strumenti che più mi catturano. E poi gli archi, e i fiati. Il suono dolce dei violini. Il silenzio assoluto di un anfiteatro che ultimamente è stato, e ho, riscoperto. Un'acustica perfetta e la quarta fila della platea mi permettono di godere del suono sublime delle note come se tutti stessero suonando lì solo per me. 
Ogni tanto devo distogliere lo sguardo per fare qualche fotografia, cercando di arrecare il minor disturbo possibile a una scena così splendida, ma per tutto il resto della serata sono come rapita dalla bellezza della musica e dall'esecuzione perfetta degli artisti che si esibiscono.
I sentimenti della storia sono anche un po' miei. Amore, tanto amore. E poi il dolore, la sofferenza, l'orgoglio ferito, la riscossa, anche se a denti stretti.
Tutto mi prende, tutto mi trasporta, sono come in un altro mondo, quello del paesino descritto da Verga, quello dell'osteria di Mamma Lucia. La musica fa il suo lavoro, raggiunge il suo obiettivo, mi tocca l'anima. Il momento clou, però, arriva con l'intermezzo. L'avevo già ascoltato, ma non avevo minimamente immaginato l'intensità di averlo davanti, suonato di fronte a me. Brividi a fior di pelle, i pensieri volavano altrove e ad altre persone, le note meravigliose mi spingevano a chiudere gli occhi, come se in quel momento tutto sparisse, e mi sentivo invasa da una sensazione di serenità totale. Solo io e le note, io e la musica, niente altro.
E la voglia che tanto splendore non finisse mai.
E il desiderio, stamattina, al risveglio, di riascoltare quelle stesse melodie. 
A giudicare dal risultato, credo di aver iniziato in modo soft e col pezzo giusto. Un solo atto, grande qualit à del cast, location suggestiva.
Una cosa è certa: snobbiamo troppe cose, nella nostra vita, non avvicinandoci perché manca l'occasione, o la voglia, o la compagnia, arrivando troppo tardi a capirne la bellezza. 
E io, che pensavo di dormire, credo di aver proprio segnato l'inizio di un grande amore. In ritardo? Forse, ma per l'amore vero basta che il momento arrivi, come dicono i saggi, perché non è mai troppo tardi. 

P.S. Il mio articolo di non esperta musicale avrà di certo le sue pecche tecniche. Ma in fondo cosa conta la critica per il lettore medio di un quotidiano locale? Poco, ben poco. Di maestri ce ne sono molti, io ho solo raccontato ciò che ho visto e provato, cercando di metterci il massimo.

lunedì 4 giugno 2012

Degli stupefacenti esatti opposti di me

Sono un ibrido, a metà fra umano e animale ectotermo, a sangue freddo, appunto. Anche se il mio sangue freddo lo applico alle situazioni altrui più che a me stessa. 
Dopo l'ultimo episodio di tamponamento a catena, mi scopro troppo calma, almeno all'apparenza, e forse un po' cinica.
Chi guida spegne la macchina. Dopo aver percepito cinque colpi sordi, di cui l'ultimo mi sbatte con la testa al sedile duro, mi spengo io. Scendo. E mentre c'è chi piange, chi si incazza, chi urla e chi perde la pazienza, chi si preoccupa di dire "Stai bene?" o di chiamare un'ambulanza, mi scopro totalmente estromessa dalla situazione, a trovare il lato buono della cosa e, appurato che i passeggeri a bordo con me non hanno problemi, a dire "Poteva andare peggio, tanto ci ripagano, siamo i primi della fila". Le sensazioni corporee si spengono, per fortuna sto sulle mie gambe, ma tutto inizia a succedere intorno a me senza che io partecipi a niente. In un mormorio di voci, suoni, fischietti, frasi che si rincorrono, clacson, io continuo a dire solo "Poteva andare peggio, tanto ci ripagano. Quei deficienti lì dietro si sono distratti, e guarda che hanno combinato", senza partecipare all'accaduto. Tutto scorre ma ci pensano gli altri. Per una mezz'ora buona continuo a vivere in un mondo ovattato, continuo a essere lucida come se non fosse successo niente, anche se il trauma c'è e le mani mi tremano un po' per la paura. E mi isolo dal resto, pensando solo alle bestioline che si attaccano alla mia pelle. Mentre tutti ipotizzano le colpe, le cause dell'accaduto e mi fanno domande a cui rispondo automaticamente, perché le conclusioni del fatto già le conosco e non mi va di dover spiegare a chi è lì con me cosa succede e succederà, penso che questo maxitamponamento potrebbe essere una buona notizia con foto, e senza farmi scrupolo alcuno comincio a fotografare, poi cerco il numero della redazione della provincia che fa capo all'editore per cui scrivo abitualmente e chiedo se serve un pezzo. "Sono una collega di Terni, vi interessa? Foto? Rigaggio?". Perché nelle piccole città il botto multiplo fa sempre vendere. Chiedo, guardo e scrivo. Le mille battute le faccio a braccio, perché usando il cellulare non posso contarle, e spero che la batteria duri il necessario per inviare anche la foto. Spedisco tutto. Nel frattempo, memorizzo nozioni, incamero notizie, fornisco i miei dati, controllo che tutto sia sotto controllo. Sono passate quasi due ore e sono vispa, sarà l'adrenalina in corpo, ma non mi scompongo. Una delle ragazze a bordo con me mi dice: "Certo che tu sei un tipo che sa davvero mantenere la calma. Io al posto tuo avrei dato fuori di testa". Non ha proprio ragione, le rispondo che non è proprio così, anche se in effetti chiunque mi conosca, tranne qualche raro soggetto, mi attribuisce una atteggiamento di calma rassicurante. Tra poco si riparte, e ora sì che mi accorgo che il colpo di frusta ha fatto danni, e inizio ad accusare il colpo. Nel viaggio di ritorno, poco meno di un'ora, fino alla pizzeria, poi a casa, il silenzio totale, e i cinque colpi che mi rimbombano nella testa. 
"Mi piaci molto, Noemi, con questa tua calma quasi buddista", mi hanno detto una volta. "Tu sai di casa", mi diceva una compagna di università che ha origini pugliesi. "Sei rasserenante, infondi tranquillità", mi sento ripetere spesso. 
In effetti sono brava a far mantenere la calma e a mantenerla nel momento del bisogno, ma non sono mica davvero un animale a sangue freddo. Prima o poi passa e nel frattempo ho somatizzato tutto l'accaduto, e me lo porto dentro per un bel po'. Come il tamponamento e i cinque colpi che sento ogni cinque minuti, come i giramenti che escono tutti insieme, come le parole non dette che poi alla fine escono al momento sbagliato e con poca diplomazia. O quando come pochi giorni fa rischio di mozzarmi la punta del mignolo, e per non far preoccupare mia madre faccio la forte, mentre il sangue cola a rivoli, finché non mi mette un bel cerotto che copre il tutto, per poi farla preoccupare il doppio arrivando a un passo dallo svenimento perché nel mio cervello il concetto di aghi e sangue umano non ci stanno.
E vedo da fuori queste scenette di me, che mi lasciano allibita, a bocca spalancata, perché dentro e fuori sono due persone completamente opposte.

venerdì 9 dicembre 2011

Facebook e Twitter a Terni

Io confido nel social come portafortuna personale.
E già che ci sono, condivido.



Fonte: Corriere dell'Umbria, 9 dicembre 2011