martedì 8 gennaio 2013

Il potere della bilancia

Da che sono al mondo, non ho memoria di una, dico una sola donna che considerasse la bilancia pesapersone sua amica, tranne nel momento in cui era utile per capire se si sarebbe dovuto -o meno- pagare l'eccesso bagagli all'aeroporto.
Da che sono al mondo, nemmeno io ho mai avuto una bilancia amica e forse ciò è avvenuto anche con ragione rispetto a tante altre ossute del gentil sesso che dicevano di avere la pancia. Ma tant'è.
Crescendo ho iniziato a capire che la fatidica bilancia è un indicatore di noi, non tanto materiale quanto spirituale. Che è possibile instaurare una buona convivenza con lei a patto che siamo felici, apprezzate, amate, realizzate e a patto che noi stesse riusciamo a convincerci che il peso non è la fine del mondo.
Certo: se la natura ci ha concepiti per essere normopeso, il sovrappeso e il sottopeso sono qualcosa in più o in meno, come le plusvalenze o minusvalenze in un'azienda. Il punto centrale, però, è sempre lo stesso, da secoli: vai o non vai bene per la società in cui vivi, dunque sei adatta o meno adatta per la società stessa. I canoni di bellezza sono diversi per epoca, latitudine o longitudine e generalmente prevedono forme che rappresentano l'opposto delle condizioni economiche in cui si vive. Le cicciottine in aree sottosviluppate, le magrissime in occidente dove il benessere abbonda. Forse all'epoca odierna il ritorno alla moda delle pin-up o delle curvy è anch'esso un sintomo di crisi che avanza.
Pochi giorni fa ho letto un articolo del Corriere della Sera che titolava: Pesava 78 chili e adorava le bistecche. Ecco la donna perfetta nel 1912. Elsie Rebecca Scheel, così si chiamava la fortunata americana alta 1 metro e 69, era anche una mente fervida, era appassionata di automobili e di orticoltura ed era attivista e sostenitrice del voto alle donne.
Articolo e proporzioni di Elsie Rebecca Scheel - da Corriere della Sera

Scorrendo l'articolo di Emanuela Di Pasqua mi sono detta che, anche vivendo nel 1912 mi sarebbe mancato qualche chilo per essere perfetta, ma certo avrei avuto dalla mia le bistecche, l'orticoltura e le automobili. Oggi mi rendo conto che pur vivendo in una società che predilige le taglie 40 e che sta lentamente e scetticamente rivalutando le taglie morbide, io nel mio qualcosa in più ci sto bene e quasi bene. Ci sto bene perché mi piace l'immagine curvy, perché sono convinta che chi ha una prima o una seconda di tette non sempre riesce a darsi forma facilmente e perché la sensualità non dipende certo dal metro del sarto o dalla differenza grafica tra la lettera S e la lettera L. Anzi, a giudicarle esteticamente, la forma ad angolo retto della L mi piace anche più degli archi mai perfetti della S. Dico invece che ci sto quasi bene perché il mondo così com'è, almeno nel Bel Paese, non consente di vestirsi bene anche se stai bene (in salute e con te stessa). Siamo il paese delle false L e delle false 5e, il paese della 46 più stretta e dell'impossibilità di trovare agilmente il bottone che si chiude. Non dipende certo dai chiletti in più, semmai dalle fabbriche di abbigliamento che continuano a considerarci magre quando invece, in percentuale totale, magre non siamo. Non tutte, almeno. Per fortuna le scarpe, quelle entrano. Ricordo di un film, famoso e di cui mi sfugge il titolo, di una ragazza che diceva: "Mi sfogo con scarpe e borse perché quelle mi entrano sempre e comunque, il resto no". Ragionamento sbagliato. Cercare, cercare e cercare fino a star ben con sé stesse, questa è la chiave. Offrire uno spettacolo visivo, non necessariamente fisso negli standard, per i nostri occhi e per quelli altrui, ecco il segreto. Sarà un caso che negli scaffali dei saldi di Intimissimi le misure a cui è dedicato addirittura uno spazio comune sono la 1a e la 4a misura? Sarà un caso che le taglie definite "grandi" siano poche e sempre finite? Più che attribuire la colpa al caso, forse dovremmo darla alla cecità della società in cui viviamo. Quella degli abiti di tutte le taglie accessibili a tutti è una politica tanto difficile da adottare quanto è difficile scardinare il concetto, a mio vedere discriminatorio, di quote rosa.
Quello che più importa è capire quando il troppo storpia, in un senso o nell'altro. No al magro eccessivo, no al grasso che toglie il respiro. Ma il resto viviamocelo liberamente e con serenità. Sarò di parte, ok. E allora? I cicciottini sono più dolci e sensibili. Il sorriso è garantito. La femminilità non si trova nella taglia ma in come si indossa un abito, in come ci si rapporta con gli altri, nei gesti, negli atteggiamenti. Che non si imparano, ci sono e basta.
Dalla pagina Facebook Morbida e donna... io!
Con Serena, la collega-amica minuta e dal corpo di ballerina classica se ne parla sempre. Io mi lamento per l'abbondanza, lei per la carenza: guarda quanto sei femmina, io ho un corpo da dodicenne, mi fa lei, sì, ma io ho troppo, un po' di meno non guasterebbe, rispondo io. E penso che alla fine, opposte in fisicità e ognuna a modo proprio, abbiamo accettato l'incontrovertibilità della nostra natura e abbiamo compreso entrambe di avere qualità da competizione pari a quelle della Scheel nel 1912.
In fondo, nel dubbio, sono felice di aver ricevuto le plusvalenze giuste al momento giusto, assieme alla mente vivace e all'ironia che -come dice Beppe Severgnini in Italiani di domani, e lo dice lui- va sempre di pari passo con l'intelligenza.
Autostima, valorizzazione di sé, serenità. Solo così la nostra bilancia potrà dirci sempre "Sei bellissima".

mercoledì 5 dicembre 2012

La vita è un ciclo, ma l'amore ne è alla base

La vita gira, si torna da dove si è partiti. Ma quando c'è l'amore è tutta un'altra storia.
Scrutatrice al seggio delle primarie del centro-sinistra, domenica 2 dicembre 2012 ero seduta al tavolo e controllavo i fatidici albi elettorali delle primarie, per assicurarmi di far votare secondo regolamento. Purtroppo ho visto molti over 50 e troppo pochi giovani, una realtà che fa capire quanto il vero cambiamento, se mai ci sarà, sia ancora distante anni luce.

Sopra ogni politica, però, si è manifestata ancora la più bella delle cose, un grande, grandissimo gesto d'amore.

Due uomini entrano nella stanza a braccetto. Uno ha quasi sessant'anni e aiuta nel deambulare l'altro, suo padre, evidentemente sopra i novanta, che cammina con un bastone a passi piccoli e attenti, con l'andatura prudente di chi, dopo quasi un secolo di vita, sa che è meglio evitare ogni piccolo inciampo. Il figlio si avvicina, porge il suo documento, ritira scheda e matita, poi fa: "Mi dareste qualcosa per far votare lui?", indicando il padre. In quanto membri del seggio, tutti rimaniamo basiti e lo guardiamo con aria dubbiosa: non avendo documenti o tessera elettorale non possiamo farlo votare. "Ma una cosa così, per farlo votare, un foglietto e una penna...". Guardiamo il babbo e capiamo all'istante: lui non può più votare perché a quell'età le condizioni di salute mentale non lo assistono più, ma non ha voluto rinunciare a farlo. Porgo al figlio un pezzo di carta e una biro blu, lui disegna due cerchi vuoti e dà il foglietto e la penna a suo padre, che li prende e gli chiede: "Come devo fare?". "Fai un segno su uno dei due, papà -risponde il figlio- tanto è lo stesso: vanno bene entrambi". "Scrivo oppure faccio una croce?", continua il padre, "Così andrà bene?" "Scegli tu, papà, basta che metti la croce e qui al seggio lo capiscono". E noi, dalla nostra, cerchiamo di dargli istruzioni per rendere la scena più veritiera possibile.
Il figlio imbuca velocemente la sua vera scheda senza farsi notare troppo, poi va dal babbo che ha ancora la scheda in mano, gli chiede se ha scritto, prende la scheda, la piega e la porge a uno scrutatore ringraziandoci tutti ad alta voce. "Abbiamo già fatto?", chiede il padre che ottiene la nostra risposta affermativa arrivata quasi in coro. "Ah! Ci è voluto così poco", fa. "Pensavo fosse una fila lunga e invece ci ho messo proprio un attimo. Grazie tante e arrivederci a tutti!", chiude, poi si volta per uscire ma non si orienta e non trova la porta, quindi suo figlio lo riprende a braccetto e con dolcezza estrema dice: "Da questa parte papà, è questa la porta". Si avviano e salutano di nuovo.

Il papà ha cresciuto il figlio con tanto amore, e oggi gli viene restituito. Il figlio che da piccolo faceva finta di votare perché non sapeva leggere si ritrova oggi a mettere in scena la stessa pantomima, ma all'inverso, con chi gli ha insegnato a tenere la penna in mano. A portarlo con sé anche se avrebbe potuto più facilmente lasciarlo a casa.
Se non è amore questo.

mercoledì 5 settembre 2012

Le agenzie interinali demotivano. Il mondo del lavoro demotiva

Post dettato dalla rabbia, se vogliamo. Dalla sensazione di ingiustizia, anche. Dalla motivazione di trovare qualcosa di decente ormai sfumata, pure.
Nota agenzia interinale appone cartello: "Cercasi per importante azienda impiegata neolaureata in materie umanistiche con forte conoscenza del tessuto sociale cittadino".
Entro, aggiorno il CV.
"Complimenti, hai un bellissimo curriculum, ti sei data da fare", mi fa il tipo all'accoglienza.
"Grazie", gli rispondo, "ma non è mai abbastanza. Oltre ad aggiornare i dati, vorrei candidarmi per questa posizione. Ho visto che cercate neolaureati, io non lo sono, ma rientro ancora, eventualmente, nella fascia d'età dell'apprendistato".
Ricciolone biondo mi guarda con occhi fintamente tristi. "Mi dispiace, sai, noi abbiamo direttive aziendali molto rigide. Il tuo profilo sarebbe perfetto, visto che hai anche esperienza al pubblico, ma sai, non prendiamo persone laureate da più di dodici mesi".
"Scusami", gli dico, "ma qual è il problema? Possiamo fare due chiacchiere e ti dimostro che anche se ho esperienza posso farlo un lavoro da inesperta".
"Mi dispiace", risponde lui, "ma è una posizione interna e dobbiamo rispettare le direttive aziendali. Ti contatteremo di sicuro se ci saranno occasioni di lavoro con le lingue che hai studiato".
Sono stata gentile a non dargli un vaffanculo. Quattro anni di iscrizione da loro e mi avessero fatto una chiamata, una, anche solo per sbaglio. Eppure il mio numero è giusto. Trentamila CV lì dentro, tutti alla rinfusa. Un database che non serve a una cippa lippa. Il ragazzo neodiplomato, entrato prima di me, era lì COL NONNO, a domanda di probabile colloquio lavorativo il giorno successivo rispondeva "Sci, sci, va bbene, domani so' disponibbile", perché avevano già pronto un lavoro per quello per cui ha studiato, le materie elettroniche.
L'hanno promosso, e io sono stata rimandata a settembre.
Quando ero neolaureata cercavano persone con esperienza. Ora che ho esperienza, le aziende di ogni ordine e grado sono in crisi e cercano persone neolaureate da sfruttare fino all'osso. I giornali sono in stato di crisi e ti danno a malapena e in ritardo il rimborso mensile. Questo è il premio per aver avuto, nella vita, il senso di responsabilità di fare le cose da sola, bene e per tempo.
Devi fare quello che ti piace. E poi làureati presto, così hai tempo di fare esperienza. Làureati presto, che fai gavetta. Làureati, che trovi lavoro. Dai, che se esci con i voti alti puoi entrare anche a fare i concorsi. Tanto sei brava, e vedrai che ce la fai. 
Beh, oggi il V-Day lo organizzo io. Sì, perché oggi è il giorno del vaffanculo collettivo a tutti voi famigerati consiglieri della mia vita, e a voi passati datori di lavoro. Se voi consiglieri foste stati un po' più pragmatici, quando io ero ancora troppo stupida per prevedere il futuro, mi avreste detto chiaramente che con le parole si sogna, ma non si mangia. Se voi passati datori di lavoro aveste saputo essere modesti e onesti, anziché pensare al vostro mero gretto interesse, infarcendomi di complimenti per poi mandarmi a casa con un bel calcio in culo e tanti saluti, forse oggi avrei un piccolo briciolo di fiducia in più nel mio domani.

venerdì 17 agosto 2012

Algo

Algo se muere en el alma cuando un amigo se ne va. 

Detto da una persona con cui ho collaborato solo a livello professionale, senza nemmeno incontrarsi mai, e che in quanto a esperienza potrebbe mangiarmi in testa... un briciolo di soddisfazione me lo dà. Quella di avergli probabilmente lasciato qualcosa di buono!

venerdì 10 agosto 2012

Gli stranieri colti e l'azzeramento dello status sociale

La prima persona a mettermi nella testa il concetto di "stranieri colti" fu il mio amico Marco, anni fa, ai tempi del primo soggiorno studio in Irlanda.
Quanti bagagli ci eravamo portati per quindici giorni, mamma mia, e che impresa arrivare a Dublino passando per Bruxelles. Manco stessimo viaggiando verso il Perù. Ma che esperienza!
Mi ricordo che un giorno, passeggiando in quel di Dublino, Marco disse: "I vecchietti che parlano inglese mi fanno un effetto strano. È come se fossero molto più intelligenti e colti dei nostri". 
Era una prospettiva che non avevo mai immaginato, ma non era poi così strana. Poi mi ci sono abituata, ma l'ho estesa. E ragionavo qualche giorno fa sul venditore di pesce del mercato, ad esempio, o sul gestore del chiosco di bibite per strada, o sul pescatore, sul tagliaboschi, sul muratore. Insomma, quelle figure che da sempre associ più alla fatica che allo studio. Se penso al mercato, mi viene subito in mente il napoletano che urla "Pesceeeee, pesce freschcooooo!", se penso all'ambulante, ecco il romanaccio di via Sannio che fa "Ah bella, vie' qua che te 'a fasssccccio vede' io 'na majetta". A Terni il contadino direbbe "Te venno certi pommodori nostrani, signori', che li spacchi là lu piattu, ce metti 'n po' de bbasilico, e sendi che magni". Ad ogni modo, le figure "di fatica" io le associo al dialetto, ma prevalentemente quello del Centro-Sud. I dialetti del nord Italia per me sono tutti da ufficio. Chissà perché. 

Ma se penso al pescivendolo, al contadino, a chiunque svolga il lavoro di fatica in un altro paese occidentale e sviluppato e parla un'altra lingua, ecco che le  peculiarità che attribuisco agli italiani spariscono tutte. Il pescatore svedese, il venditore di hamburger di Londra, la contadina tedesca (esistono?), il muratore danese,  il ristoratore giapponese: per me sono tutti ingegneri o letterati che hanno studiato e si sono presi due lauree per fare quel mestiere, perché il non saper riconoscere la sfumatura linguistica tipica della cultura di appartenenza annienta la mia idea di status sociale. Certo, se vedo un barbone o un disperato che chiedono l'elemosina per strada, lo status sociale è evidente. Così come se vedo le forze dell'ordine, i politici, insomma quelle persone che a livello estetico trasmettono subito un'immagine forte. Ma il resto si azzera. Tutti uguali, tutti cittadini del mondo che sanno parlare una lingua straniera e che, si sa, almeno in Europa, hanno studiato per raggiungere quei livelli. 
Il mio cervello è utopia allo stato puro.

sabato 4 agosto 2012

La mia prima volta con Mascagni


Venerdì 3 agosto 2012. Un giorno come tanti? Per me, no.
Una delle mie prime volte. 
Non quella, certo che no, non la metto mica in piazza, quella.
La mia prima volta all'opera, con la Cavalleria Rusticana di Mascagni. E di sicuro qualche sentimento è affiorato, se il mattino dopo mi sveglio con la voglia di ascoltare ancora e ancora l'aria dell'intermezzo e con vive le sensazioni di una serata che valeva la pena di trascorrere.
E doveva essere destino, dato che il venerdì era già impegnato, per il giornale, con uno spettacolo di teatro dialettale. Che, con tutto rispetto, non regge minimamente il confronto per il tipo di intrattenimento. Fatto sta che quando Antonio mi chiama per il cambio di programma, la cosa mi scoccia un po': il teatro dialettale è una ricchezza e lo spettacolo di Renato Brogelli, "Lu fiju de Parlinfaccia", già lo pregustavo da giorni. Controvoglia scrivo all'organizzazione per l'accredito stampa, che arriva dopo poche ore, e, chiamando, il dovere mi impone di prepararmi sui curricula degli artisti, sulla trama esatta, sul libretto. Cerco su YouTube l'aria, per capire di cosa si tratti, e inizio a informarmi su come andare, su cosa portare, eccetera eccetera. Uno spettacolo così mi offre anche una platea gratuita di cui approfitto andando in buona compagnia. Devo essere carina, elegante al punto giusto perché non è la prima e non è teatro, ma non troppo formale. Ricevo vari complimenti e capisco che ho scelto anche la tenuta adeguata, e attendo in fila l'ingresso, con in mano il mio biglietto gratuito, che quasi mi vergogno un po' a esibire, visto che il lavoro di tanti professionisti va pagato. Il mio in effetti non è affatto pagato, ma cerco di trattarlo come un bel bambino che prima o poi darà i suoi frutti. 
Prova luci, musicisti e cantanti in attesa. 
E poi l'inizio. 
L'interludio già mi incanta. Molto fa l'arpa, sin da subito, uno degli strumenti che più mi catturano. E poi gli archi, e i fiati. Il suono dolce dei violini. Il silenzio assoluto di un anfiteatro che ultimamente è stato, e ho, riscoperto. Un'acustica perfetta e la quarta fila della platea mi permettono di godere del suono sublime delle note come se tutti stessero suonando lì solo per me. 
Ogni tanto devo distogliere lo sguardo per fare qualche fotografia, cercando di arrecare il minor disturbo possibile a una scena così splendida, ma per tutto il resto della serata sono come rapita dalla bellezza della musica e dall'esecuzione perfetta degli artisti che si esibiscono.
I sentimenti della storia sono anche un po' miei. Amore, tanto amore. E poi il dolore, la sofferenza, l'orgoglio ferito, la riscossa, anche se a denti stretti.
Tutto mi prende, tutto mi trasporta, sono come in un altro mondo, quello del paesino descritto da Verga, quello dell'osteria di Mamma Lucia. La musica fa il suo lavoro, raggiunge il suo obiettivo, mi tocca l'anima. Il momento clou, però, arriva con l'intermezzo. L'avevo già ascoltato, ma non avevo minimamente immaginato l'intensità di averlo davanti, suonato di fronte a me. Brividi a fior di pelle, i pensieri volavano altrove e ad altre persone, le note meravigliose mi spingevano a chiudere gli occhi, come se in quel momento tutto sparisse, e mi sentivo invasa da una sensazione di serenità totale. Solo io e le note, io e la musica, niente altro.
E la voglia che tanto splendore non finisse mai.
E il desiderio, stamattina, al risveglio, di riascoltare quelle stesse melodie. 
A giudicare dal risultato, credo di aver iniziato in modo soft e col pezzo giusto. Un solo atto, grande qualit à del cast, location suggestiva.
Una cosa è certa: snobbiamo troppe cose, nella nostra vita, non avvicinandoci perché manca l'occasione, o la voglia, o la compagnia, arrivando troppo tardi a capirne la bellezza. 
E io, che pensavo di dormire, credo di aver proprio segnato l'inizio di un grande amore. In ritardo? Forse, ma per l'amore vero basta che il momento arrivi, come dicono i saggi, perché non è mai troppo tardi. 

P.S. Il mio articolo di non esperta musicale avrà di certo le sue pecche tecniche. Ma in fondo cosa conta la critica per il lettore medio di un quotidiano locale? Poco, ben poco. Di maestri ce ne sono molti, io ho solo raccontato ciò che ho visto e provato, cercando di metterci il massimo.

lunedì 4 giugno 2012

Degli stupefacenti esatti opposti di me

Sono un ibrido, a metà fra umano e animale ectotermo, a sangue freddo, appunto. Anche se il mio sangue freddo lo applico alle situazioni altrui più che a me stessa. 
Dopo l'ultimo episodio di tamponamento a catena, mi scopro troppo calma, almeno all'apparenza, e forse un po' cinica.
Chi guida spegne la macchina. Dopo aver percepito cinque colpi sordi, di cui l'ultimo mi sbatte con la testa al sedile duro, mi spengo io. Scendo. E mentre c'è chi piange, chi si incazza, chi urla e chi perde la pazienza, chi si preoccupa di dire "Stai bene?" o di chiamare un'ambulanza, mi scopro totalmente estromessa dalla situazione, a trovare il lato buono della cosa e, appurato che i passeggeri a bordo con me non hanno problemi, a dire "Poteva andare peggio, tanto ci ripagano, siamo i primi della fila". Le sensazioni corporee si spengono, per fortuna sto sulle mie gambe, ma tutto inizia a succedere intorno a me senza che io partecipi a niente. In un mormorio di voci, suoni, fischietti, frasi che si rincorrono, clacson, io continuo a dire solo "Poteva andare peggio, tanto ci ripagano. Quei deficienti lì dietro si sono distratti, e guarda che hanno combinato", senza partecipare all'accaduto. Tutto scorre ma ci pensano gli altri. Per una mezz'ora buona continuo a vivere in un mondo ovattato, continuo a essere lucida come se non fosse successo niente, anche se il trauma c'è e le mani mi tremano un po' per la paura. E mi isolo dal resto, pensando solo alle bestioline che si attaccano alla mia pelle. Mentre tutti ipotizzano le colpe, le cause dell'accaduto e mi fanno domande a cui rispondo automaticamente, perché le conclusioni del fatto già le conosco e non mi va di dover spiegare a chi è lì con me cosa succede e succederà, penso che questo maxitamponamento potrebbe essere una buona notizia con foto, e senza farmi scrupolo alcuno comincio a fotografare, poi cerco il numero della redazione della provincia che fa capo all'editore per cui scrivo abitualmente e chiedo se serve un pezzo. "Sono una collega di Terni, vi interessa? Foto? Rigaggio?". Perché nelle piccole città il botto multiplo fa sempre vendere. Chiedo, guardo e scrivo. Le mille battute le faccio a braccio, perché usando il cellulare non posso contarle, e spero che la batteria duri il necessario per inviare anche la foto. Spedisco tutto. Nel frattempo, memorizzo nozioni, incamero notizie, fornisco i miei dati, controllo che tutto sia sotto controllo. Sono passate quasi due ore e sono vispa, sarà l'adrenalina in corpo, ma non mi scompongo. Una delle ragazze a bordo con me mi dice: "Certo che tu sei un tipo che sa davvero mantenere la calma. Io al posto tuo avrei dato fuori di testa". Non ha proprio ragione, le rispondo che non è proprio così, anche se in effetti chiunque mi conosca, tranne qualche raro soggetto, mi attribuisce una atteggiamento di calma rassicurante. Tra poco si riparte, e ora sì che mi accorgo che il colpo di frusta ha fatto danni, e inizio ad accusare il colpo. Nel viaggio di ritorno, poco meno di un'ora, fino alla pizzeria, poi a casa, il silenzio totale, e i cinque colpi che mi rimbombano nella testa. 
"Mi piaci molto, Noemi, con questa tua calma quasi buddista", mi hanno detto una volta. "Tu sai di casa", mi diceva una compagna di università che ha origini pugliesi. "Sei rasserenante, infondi tranquillità", mi sento ripetere spesso. 
In effetti sono brava a far mantenere la calma e a mantenerla nel momento del bisogno, ma non sono mica davvero un animale a sangue freddo. Prima o poi passa e nel frattempo ho somatizzato tutto l'accaduto, e me lo porto dentro per un bel po'. Come il tamponamento e i cinque colpi che sento ogni cinque minuti, come i giramenti che escono tutti insieme, come le parole non dette che poi alla fine escono al momento sbagliato e con poca diplomazia. O quando come pochi giorni fa rischio di mozzarmi la punta del mignolo, e per non far preoccupare mia madre faccio la forte, mentre il sangue cola a rivoli, finché non mi mette un bel cerotto che copre il tutto, per poi farla preoccupare il doppio arrivando a un passo dallo svenimento perché nel mio cervello il concetto di aghi e sangue umano non ci stanno.
E vedo da fuori queste scenette di me, che mi lasciano allibita, a bocca spalancata, perché dentro e fuori sono due persone completamente opposte.

sabato 19 maggio 2012

Brindisi

E se è vero che esiste un disegno per tutto, quello di oggi a Brindisi non me lo spiego. 
Perché solo degli assassini vigliacchi possono sacrificare le vite di innocenti con la presunzione di elevarsi a dittatori in un regime, pur se con le sue falle, di democrazia. 
Non ci arrendiamo al vostro schifo. 
Siete disumani. Avrei potuto esserci anche io, lì o qui. O una persona che conosco, o un fratello o una sorella. È un oltraggio a chi si spacca ogni giorno perché crede nella bellezza della libertà, e nella possibilità di arrivare ad avere un futuro, nonostante la difficoltà di farlo.
Avete colpito con viltà le persone che, il futuro, lo stavano componendo, giorno dopo giorno.
Di fronte a ciò, solo un'indignazione profonda, e l'appello a tutti i ragazzi di non fregarsene anche stavolta, ma di scendere in piazza e farsi sentire.